Sanity e la cura come esperienza continua

In un sistema sanitario ancora segnato da percorsi frammentati, carichi amministrativi e difficoltà di orientamento, Sanity nasce con l’obiettivo di ripensare l’esperienza della cura a partire da ciò che pazienti e professionisti vivono ogni giorno. Il progetto lavora su un modello fisico-digitale in cui spazi progettati per favorire benessere, tecnologie di supporto e relazione clinica dialogano all’interno di un percorso più accessibile, integrato e umano.

Ne abbiamo parlato in questa intervista con il CEO, il Dottor Fabio di Gennaro, per capire come Sanity stia portando dentro la salute una visione che unisce prevenzione, fiducia, intelligenza artificiale e attenzione all’ambiente in cui la cura avviene. Un approccio che trova in SaniDays un contesto naturale di confronto, perché considera la salute non solo come risposta a un bisogno, ma come cultura da costruire insieme.

Da dove nasce l’idea di Sanity e quale problema del sistema salute avete deciso di affrontare in modo diverso?

Dott. Fabio Di Gennaro – CEO, Sanity

Nasce da una frustrazione personale e professionale insieme. Come fisioterapista, vedevo ogni giorno pazienti che rimbalzavano tra specialisti che non si parlavano, in ambienti clinici “sterili” che non aiutano il paziente a rilassarsi ed entrare in modalità di guarigione facilmente.

I professionisti, anche se brillanti, spendono fino al 60% del loro tempo in amministrazione invece che in cura. Ho pensato che questo sistema non fosse rotto per mancanza di talento ma per mancanza di un’infrastruttura che lo aiutasse: dagli spazi fisici con neuro-architettura studiata per abbassare il cortisone e aumentare la concentrazione e il rilassamento, al software che semplificasse i processi operativi per aumentare il focus clinico e l’aderenza dei pazienti.

I Sanity Equilibrium Spaces nascono quindi dall’idea che la salute non debba essere un’esperienza sterile ed un mero servizio erogato tramite “transazione”, ma che l’innovazione applicata alla struttura fisica, in cui vengono erogati i servizi, e l’AI possano rendere i percorsi di cura e benessere più veloci, funzionanti ed efficienti.

Il vostro modello combina tecnologia, matching tra utenti e professionisti, e una dimensione di community. Dove sta, secondo voi, la vera innovazione del modello?

La vera innovazione non sta in nessuno dei tre elementi singolarmente, sta nella loro integrazione verticale all’interno di un ecosistema fisico-digitale. Chiunque può fare matching e community, ma quello che stiamo costruendo con Sanity + Equilibrium è un sistema in cui lo spazio fisico e il software si parlano costantemente: l’ambiente è progettato per abbassare le difese del paziente e favorire la guarigione, mentre il software gestisce il percorso clinico, riduce il carico amministrativo del professionista e mantiene attiva la relazione con il paziente nel tempo.

Non è una semplice piattaforma di prenotazione con un ambulatorio annesso, ma un modello in cui ogni componente, dall’architettura all’AI, serve lo stesso obiettivo: rendere i percorsi di cura più efficaci, più aderenti e umani.

LEGGI ANCHE – Il futuro della cura passa dalle competenze: perché l’AI in sanità è (prima di tutto) una questione umana

Con Igea AI state portando l’intelligenza artificiale dentro l’orientamento sanitario. Come si fa a usare l’AI in salute senza perdere fiducia, qualità e centralità umana?

Igea AI sta nascendo per mettere in luce il valore del clinico, non per sostituirlo. Il problema che abbiamo osservato nei CRM tradizionali e nelle piattaforme di settore è che i professionisti vengono ridotti a una “lista della spesa” con uno sterile elenco con specializzazione, tariffa e disponibilità. T

utto ciò che rende un clinico davvero unico, invece, ovvero il suo approccio unico, la sua filosofia di cura, le competenze trasversali costruite in anni di pratica, spariscono dietro tutto ciò. Noi stiamo lavorando perché Igea AI faccia esattamente il contrario: attraverso un processo di onboarding strutturato e un editor di contenuti multimediale, ogni professionista può costruire una propria identità clinica ricca e autentica, che l’AI utilizza per presentarlo al paziente giusto nel momento giusto.

Il paziente non trova “un fisioterapista disponibile il martedì”, ma trova il professionista la cui visione della cura è coerente con il suo bisogno specifico. Inoltre, per garantire fiducia, abbiamo scelto la Fully Homomorphic Encryption, per garantire sicurezza estrema, che va ben oltre i requisiti GDPR e inoltre da pieno controllo al paziente sulla gestione dei propri dati, che non vengono venduti o gestiti da terze parti come avviene tradizionalmente.

State lavorando su accesso, prenotazione, contenuti e monitoraggio. State costruendo una piattaforma o, in prospettiva, un nuovo layer infrastrutturale della sanità?

Stiamo costruendo una piattaforma che connette domanda e offerta. Il nostro obiettivo è che i dati clinici, i percorsi di cura, il matching paziente-professionista, la gestione degli spazi fisici e la compliance normativa convergano in un unico sistema integrato e replicabile. L’idea di essere un layer infrastrutturale della sanità (pubblica) è qualcosa che in questo momento non sappiamo se possiamo esserlo, anche se ci piacerebbe poter essere di aiuto anche al pubblico.

Molti parlano di digital health, pochi riescono a generare reale adozione. Qual è stata la sfida più difficile nel far usare davvero questo modello a pazienti e professionisti?

La sfida più difficile è stata culturale, non tecnologica. I pazienti sono abituati a cercare il professionista tramite passaparola o tramite il SSN, i professionisti hanno spesso una resistenza naturale verso qualsiasi strumento che sembri aggiungere complessità al loro flusso di lavoro già sovraccarico.

La nostra risposta è pragmatica su tre livelli. Il primo è infrastrutturale: abbiamo costruito Sanity con un’architettura flessibile che si integra facilmente con gli strumenti che medici e pazienti usano già quotidianamente — WhatsApp, email, i canali di comunicazione tradizionali — senza costringerli ad adottare nuovi comportamenti dall’oggi al domani perché sappiamo che l’adozione tecnologica funziona quando abbassa le barriere, non quando le sposta.

Il secondo fronte è educativo: lanciamo campagne di sensibilizzazione attraverso i social network, non come advertising tradizionale, ma come vera educazione su come la tecnologia e l’innovazione digitale possono migliorare la pratica clinica e l’esperienza di cura.

Il terzo — e forse il più importante — è il DocCast Sanity, il nostro podcast in cui intervistiamo direttamente i professionisti della nostra rete e affrontiamo i temi più rilevanti e scottanti di salute, benessere e innovazione digitale in ambito sanitario. Quando un paziente ascolta il proprio fisioterapista parlare con profondità della sua filosofia di cura e della sua apertura all’innovazione, la fiducia si costruisce prima ancora che entri in studio. E quando un professionista partecipa a quel formato, capisce concretamente che Sanity non è una piattaforma che lo standardizza, ma un ecosistema che lo valorizza e lo amplifica. In cinque anni, con 1.500 pazienti ricorrenti e oltre 5.000 sessioni erogate, questa combinazione — semplicità tecnica, educazione culturale autentica e narrazione del valore aggiunto — si è dimostrata efficace.

Oggi si parla molto di prevenzione, ma spesso resta uno slogan. Come può la tecnologia rendere la prevenzione più concreta, quotidiana e partecipata?

La prevenzione fallisce quando è un appuntamento annuale invece che un’abitudine quotidiana. La tecnologia può cambiare questo solo se riesce a inserirsi nei rituali di vita delle persone in modo naturale.

Noi ci lavoriamo su due livelli paralleli: digitalmente, con contenuti educativi personalizzati e pubblici come il DocCast, ad esempio, e monitoraggio proattivo tramite Igea AI; fisicamente, con gli spazi Equilibrium progettati per essere luoghi dove si va con piacere, non con ansia. Ambienti che uniscono riabilitazione, movimento, nutrizione, pratiche olistiche in un contesto curato e accogliente.

La prevenzione diventa così stile di vita, un rituale settimanale, non una visita medica. E il rituale è la forma di prevenzione più potente che esiste, perché funziona senza che la persona debba percepirla come “sforzo”.

SaniDays lavora per trasformare la salute da servizio a cultura. Quanto è importante, per una realtà come la vostra, uscire dalla sola logica di piattaforma e partecipare a luoghi pubblici di confronto come SaniDays?

È fondamentale, e non solo per visibilità. Noi crediamo che la salute sia prima di tutto un fatto culturale: finché viene percepita come qualcosa a cui si ricorre solo in emergenza, qualsiasi innovazione tecnologica o spaziale resta marginale.

SaniDays è esattamente il tipo di contesto che serve per spostare questa percezione — un luogo dove professionisti, pazienti, innovatori e istituzioni costruiscono insieme una cultura diversa della salute. Per noi partecipare significa anche ascoltare: è in questi spazi che capiamo dove il sistema fa ancora male e dove c’è spazio reale per costruire qualcosa di nuovo. È parte integrante del nostro modello, non un’attività accessoria.

Tra i temi di SaniDays ci sono innovazione sanitaria, salute mentale, prevenzione, longevità e un approccio One Health. Quali di questi temi sentite più vicini alla vostra visione e perché?

Direi che il nostro focus è su salute mentale (da cui viene il nome Sanity), prevenzione e innovazione digitale, perché sono i tre pilastri su cui costruiamo davvero il modello.

La salute mentale è il pilastro da cui parte tutto il resto. Crediamo fortemente nel principio antico “mens sana in corpore sano” perché sappiamo che, ad esempio, un paziente ansioso o depresso ha di conseguenza dei problemi somatici, e, viceversa, un corpo sofferente/fragile produce conseguentemente stress e problemi mentali.

Gli Equilibrium Spaces sono progettati proprio con questo in mente: la neuro-architettura, la musico-terapia, il lavoro corporeo integrato, tutto agisce simultaneamente sul sistema nervoso e sulla psiche per avere un beneficio integrato.

La prevenzione è il nostro ponte tra tecnologia e umanità: Igea AI ci permette di identificare i piccoli campanelli d’allarme prima che diventino patologie, e gli spazi fisici diventano il luogo dove la prevenzione si trasforma da concetto astratto in pratica quotidiana. E l’innovazione digitale per noi non è fine a se stessa: è il mezzo per rendere accessibile un modello di cura integrata che fino a poco fa era privilegio di pochi. Credo che Sanity integri de facto il modello One Health: la salute di una persona è salute ambientale, salute relazionale, salute fisica e psichica insieme.

LEGGI ANCHE – Digital Health&Pharma: le nuove frontiere della salute secondo il Report Netcomm 2025

Guardando ai prossimi cinque anni, pensate che modelli come Sanity collaboreranno con il sistema sanitario tradizionale o finiranno per cambiarne alcune regole di funzionamento?

Ci piacerebbe poter collaborare e/o influenzare positivamente il nostro SSN. Per poterlo fare crediamo che il primo step sia dimostrare con alti numeri di aver risolto il problema dell’adozione di cui parlavamo prima: credo che nei prossimi 5 anni le strategie che stiamo implementando ci porteranno a numeri sufficienti per poter capire se effettivamente siamo sulla strada giusta o meno.

Il nostro approccio, comunque, è “non siamo qui per sostituire il sistema, ma per renderlo più efficace”. Quindi, quando avremo dati clinici aggregati su migliaia di percorsi di cura multidisciplinari all’interno degli Equilibrium Spaces, inizieremo a dimostrare, con evidenza, che alcuni modelli di cura integrata producono risultati migliori e a costi inferiori rispetto al modello frammentato attuale. Ci auguriamo, successivamente, che il cambiamento nelle regole seguirà i dati.

Se dovesse indicare una trasformazione che oggi il settore salute sottovaluta, ma che cambierà tutto domani, quale sceglierebbe?

L’ambiente fisico come protocollo terapeutico. Il settore salute investe miliardi in farmaci, device e software — e quasi nulla nel progettare gli spazi in cui la cura avviene. Eppure è dimostrato che l’ambiente fisico influenza direttamente i livelli di cortisolo, la risposta del sistema nervoso, la compliance terapeutica e i tempi di guarigione. Un paziente in un ambiente bello, luminoso, acusticamente curato e progettato per il rilassamento guarisce più in fretta, torna più volentieri e segue meglio il percorso di cura. Noi lo stiamo costruendo adesso, ma sono convinto che tra cinque anni sarà considerato ovvio quanto oggi lo è avere una sala d’attesa.

L’estetica e l’architettura non sono un lusso nella salute: sono variabili cliniche che il sistema ancora non ha imparato a misurare, ma che cambieranno profondamente il modo in cui progettiamo la cura.

Condivisu su