Alzheimer, il valore della diagnosi precoce comincia dal quotidiano

Diagnosi precoce Alzheimer - SaniDays

Riconoscere i primi segnali della malattia di Alzheimer significa imparare a osservare ciò che cambia nella vita di ogni giorno. A volte si pensa subito alla memoria, a un nome che sfugge oppure a un appuntamento dimenticato. Ma la malattia, soprattutto nelle fasi iniziali, può manifestarsi in modo più sottile. Può riguardare il sonno, l’appetito, l’iniziativa, il modo in cui una persona organizza la propria giornata o vive le proprie abitudini quotidiane.

È da questo punto di vista che, durante SaniDays 2026, il Prof. Alessandro Martorana, Neurologo e Responsabile del Centro Demenze del Policlinico Tor Vergata di Roma, ha affrontato il tema della diagnosi precoce dell’Alzheimer in dialogo con Michele Franzese. Il talk, realizzato con la sponsorizzazione non condizionante di Eli Lilly, ha risposto a una domanda essenziale: come distinguere i cambiamenti legati all’età dai segnali che meritano attenzione clinica?

Secondo il Prof. Martorana, passa prima di tutto dal quotidiano. La malattia di Alzheimer, infatti, tende a insinuarsi lentamente nella vita della persona. In molti casi il paziente stesso fatica a riconoscere ciò che sta accadendo, perché quando il cervello perde progressivamente una funzione può diventare difficile percepire quella perdita dall’interno. Per questo lo sguardo dei familiari, delle persone vicine e dei caregiver assume un ruolo centrale.

I segnali da osservare prima della perdita di memoria evidente

Uno dei passaggi più significativi del talk ha riguardato proprio i cosiddetti segnali deboli. Il Prof. Martorana ha invitato a superare l’idea comune dell’Alzheimer come malattia riconoscibile soltanto attraverso la perdita della memoria. La memoria resta una funzione cruciale, certo, ma la sua alterazione può riflettersi su molte altre dimensioni come la capacità di prendere decisioni, di gestire la casa, di mantenere una routine, di conservare interesse per ciò che prima faceva parte della propria identità.

Tra i cambiamenti che possono comparire nelle fasi iniziali ci sono il sonno frammentato, la perdita di peso, l’inappetenza, una forma di “ritiro dal mondo” o una maggiore difficoltà a compiere attività prima percepite come naturali. Sono segnali sfumati, che presi singolarmente possono sembrare poco rilevanti, ma il loro valore cambia quando vengono osservati nel tempo e messi in relazione con la storia della persona.

La distinzione tra invecchiamento e decadimento cognitivo, perciò, impone di guardare al punto di partenza individuale. Ognuno invecchia in modo diverso, per questo più che cercare una soglia valida per tutte le persone, diventa utile chiedersi che cosa sia cambiato rispetto al funzionamento precedente di ognuno.

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Fare diagnosi precoce significa fare chiarezza


Prof. Alessandro Martorana – Neurologo e Responsabile del Centro Demenze del Policlinico Tor Vergata di Roma

Parlare di diagnosi precoce significa parlare di tempo. Tempo per capire, per orientarsi, per prendere decisioni mediche e personali, per coinvolgere i familiari, ma soprattutto per costruire un percorso di cura più adatto.

La malattia di Alzheimer può svilupparsi lungo molti anni prima di manifestarsi in modo evidente. Nelle fasi iniziali, un decadimento cognitivo lieve o una demenza lieve possono essere espressione di una malattia di Alzheimer sintomatica precoce. Arrivare prima alla diagnosi permette di chiarire se i disturbi osservati siano effettivamente collegati all’Alzheimer oppure ad altre condizioni.

Questo è un punto decisivo anche nelle parole del Prof. Martorana: oggi la diagnosi passa sempre più da una valutazione biologica, capace in alcuni casi di confermare o smentire il sospetto clinico, e questo passaggio consente di evitare letture approssimative indirizzando meglio la presa in carico del paziente.

La diagnosi tempestiva, quindi, ha valore anche quando ridimensiona un timore, perché permette al medico, al paziente e alla sua famiglia di parlare la stessa lingua e di impostare un percorso di cura più consapevole.

La paura della diagnosi e il peso dello stigma

Uno degli aspetti più delicati emersi durante il talk riguarda la dimensione emotiva. L’Alzheimer è una delle malattie che fanno più paura, anche perché nell’immaginario comune viene spesso associata allo stadio finale della demenza. Il Prof. Martorana, però, ha introdotto una parola ancora più precisa: vergogna.

La vergogna può riguardare soprattutto chi ha avuto una vita molto attiva, una forte autonomia, un’identità costruita sul lavoro, sulle competenze, sulla lucidità, sulla capacità di decidere per sé. Accettare l’idea di una fragilità cognitiva può diventare comprensibilmente difficile.

Qui entra in gioco anche il modo in cui la diagnosi viene comunicata. Secondo il Prof. Martorana, la competenza clinica resta fondamentale, ma deve essere accompagnata dalla capacità di costruire fiducia. Il paziente e i familiari hanno bisogno di un medico che sappia spiegare ma soprattutto orientare verso percorsi possibili. Una diagnosi comunicata bene può aiutare ad accettare la malattia senza trasformarla in una condanna.

Continuare a vivere dopo la diagnosi di Alzheimer

Un altro messaggio forte emerso durante l’intervista riguarda ciò che accade dopo il sospetto o dopo la diagnosi di Alzheimer. La reazione più istintiva, spesso, è restringere il campo della persona: limitare le uscite, togliere autonomia, sostituirsi nelle attività quotidiane e aumentare il controllo. Questo atteggiamento nasce dal desiderio di proteggere, ma può ridurre gli stimoli e impoverire la giornata del paziente.

Il Prof. Martorana insiste invece sull’importanza del “fare”. Continuare a uscire, a camminare, a vedere le persone, a vivere la propria vita di sempre per conservare più a lungo il proprio rapporto con il mondo.

In questo senso, la presa in carico comprende il rapporto con lo specialista, il sostegno ai familiari, gli interventi non farmacologici o i centri diurni, questi ultimi descritti in particolare dal Prof. Martorana come spazi di inclusione e lavoro relazionale che possono favorire la socialità, il riconoscimento reciproco e la stabilità dei pazienti con Alzheimer.

Il declino cognitivo riguarda anche l’autonomia

La malattia di Alzheimer incide sulle funzioni cognitive, ma anche sulle capacità funzionali. Il declino cognitivo può riguardare la memoria, il linguaggio, la capacità di ragionamento, l’orientamento e la percezione. Il declino funzionale riguarda invece la capacità di svolgere attività quotidiane semplici, come preparare un pasto, usare i mezzi di trasporto o prendersi cura di sé.

Queste due dimensioni si influenzano a vicenda. Una difficoltà di memoria può rendere più complessa un’azione pratica; una perdita di autonomia può generare isolamento, insicurezza e maggiore dipendenza nei confronti degli altri. Per questo rallentare il declino grazie alla diagnosi precoce, quando possibile, significa preservare tempo di qualità per continuare a vivere al meglio la propria vita.

La famiglia come termometro della comparsa della malattia di Alzheimer

Nella malattia di Alzheimer, la famiglia può essere la prima ad accorgersi che una persona appare più spenta, meno interessata e più disorientata nella gestione di attività che prima svolgeva con naturalezza.

Osservare i segnali significa evitare sia l’allarmismo sia la minimizzazione, e come sempre, di fronte a dubbi persistenti, il passaggio più utile resta il confronto con il medico e, quando necessario, con uno specialista o un centro dedicato.

La famiglia, inoltre, ha un ruolo decisivo dopo la diagnosi: può sostenere la persona aiutandola a restare inserita nei contesti di vita o a proteggerla dallo stigma, ma soprattutto può favorire un clima in cui la malattia possa essere nominata e accettata senza vergogna.

Il tema dei luoghi in cui invecchiamo

Nella parte finale del talk, il Prof. Martorana ha spostato la riflessione su un piano più ampio, ovvero l’importanza di parlare anche dei luoghi in cui le persone invecchiano.

L’allungamento della vita, infatti, ci pone davanti a una domanda sociale prima ancora che sanitaria: le nostre città, le case, i trasporti, gli spazi pubblici che viviamo e i servizi di cui usufruiamo sono davvero pensati per accompagnare una popolazione più longeva? 

Per una persona con decadimento cognitivo, l’ambiente può diventare un ostacolo oppure una risorsa. Una città difficile da attraversare, una casa poco accessibile, una rete di servizi frammentata possono accentuare la sua fragilità. Al contrario, luoghi più prossimi e accoglienti possono sostenere autonomia e qualità della vita.

È uno dei messaggi più importanti emersi durante le giornate di SaniDays: l’Alzheimer, come altre malattie, riguarda da vicino la medicina, ma riguarda anche il modo in cui una comunità sceglie di prendersi cura delle persone più fragili.

Il valore della diagnosi precoce nell’Alzheimer

Parlare di diagnosi precoce dell’Alzheimer significa cambiare prospettiva. La diagnosi non è solo il momento in cui si dà un nome alla malattia, ma è l’inizio di un percorso che può aiutare la persona e la famiglia a orientarsi, a comprendere cosa sta accadendo e a scegliere di conseguenze specialisti e servizi necessari per affrontarla.

Il talk con il Prof. Alessandro Martorana ci ha ricordato che l’Alzheimer va riconosciuto prima nei piccoli cambiamenti della vita quotidiana, e poi affrontato attraverso una presa in carico competente e umana. Perché anche quando la malattia cambia il modo di abitare il mondo, la persona resta al centro del percorso di cura.

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