Gli interventi chirurgici oggi non mirano solo eliminare la causa del problema. Si pongono altri obiettivi non secondari, come rispettare anatomia e funzionalità dell’organo, assicurare una ripresa più rapida, limitare il sanguinamento.
La necessità di una chirurgia altamente precisa e rispettosa trova risposta nell’impiego della robotica, ossia nell’uso di tecnologie altamente sofisticate integrate, in dispositivi che svolgono con precisione ancora maggiore il “lavoro” umano. I robot utilizzati in chirurgia sono, secondo l’esperto Usa Alec Ross nel corso dell’ultima AI Week, il tipico esempio di intelligenza artificiale fisica, in cui le potenzialità della AI si traducono in pratiche caratterizzate da specializzazione e precisione.
Visione più ampia, movimenti più precisi
Esistono diversi prototipi di robot utilizzati oggi in chirurgia, solitamente composti da due parti: un “corpo” collegato a due braccia robotiche che gestiscono gli strumenti chirurgici e una console gestita dall’operatore, un chirurgo umano. L’operatore, seduto alla console, visualizza il campo operatorio attraverso un visore altamente sofisticato che gli trasmette immagini in 3D, amplificate e precise, delle strutture sulle quali intervenire.
Attraverso i manipoli dei quali è provvista la console stessa, il chirurgo compie i movimenti operatori. Il sistema software di cui è dotato il robot li traduce in altrettanti movimenti, ancora più delicati, precisi e privi del caratteristico tremore delle mani umane.
Il robot permette di operare in migliori condizioni di visione e contando su una maggiore ampiezza di movimenti. Mentre il braccio umano ha infatti movimenti limitati, perché non può ruotare, il braccio robotico si muove a 360 gradi anche in rotazione, consentendo manovre non replicabili dalla mano di una persona in carne ed ossa.
L’uso della robotica è stato una naturale integrazione degli interventi chirurgici in laparoscopia, un sistema operatorio che non prevede un’ampia incisione, ma fori di dimensioni ridotte, attraverso i quali vengono introdotti gli strumenti operatori e microtelecamere che permettono di visualizzare su un monitor l’area da operare. La chirurgia robotica, grazie all’impegno dei visori tridimensionali e di bracci capaci di rotazioni a 360 gradi, supera gli ostacoli della laparoscopia manuale, riducendo i tempi dell’intervento, il sanguinamento e accelerando la ripresa del paziente.
Da Vinci e i suoi fratelli
La tecnologia robotica in medicina esiste ormai da un quarto di secolo, anche se la sua diffusione è ancora frenata dai costi elevati sia dei macchinari sia della manutenzione. Per questo, sono solo i grandi centri ospedalieri, universitari e oncologici a potersi dotare di queste apparecchiature avanzate. Uno dei primi robot chirurgici è il Da Vinci, in uso anche in Italia dal 1999.
Nel nostro Paese Da Vinci (arrivato ormai alla quarta versione) è presente però in oltre 100 centri e permette di eseguire circa 20mila intervento all’anno, concentrati essenzialmente nell’ambito di urologia, senologia, chirurgia generale e toracica, Orl, chirurgia pediatrica e ginecologia.
A questo si stanno però affiancando altri dispositivi robotici, per esempio Hugo di Medtronic, in uso per esempio al Policlinico Gemelli di Roma da circa tre anni per interventi di chirurgia urologica e ginecologica.
Una precisione sempre maggiore
Molto di recente, a metà maggio 2025, al San Camillo di Roma è stato eseguito il primo intervento di microchirurgia con robot, dall’équipe della UOC di Chirurgia degli Arti diretta da Nicola Felici. L’apparecchiatura utilizzata dispone di una tecnologia di ultima generazione, ancora più sofisticata, che la rende altamente precisa per intervenire anche su strutture di dimensioni spesso inferiori al millimetro di diametro, come vene, arterie, fibre nervose.
Nel caso in particolare, si trattava di una frattura esposta a una gamba, nel contesto di un politrauma con lesioni anche al bacino e all’addome.
L’intervento rendeva necessario il trasferimento microchirurgico di cute e tessuti molli, prelevati dalla gamba controlaterale dell’infortunato. La piattaforma robotica utilizzata, integrando sofisticati sistemi di riduzione del tremore e di ridimensionamento dei movimenti, rende possibili movimenti impossibili da eseguire con soli mano e polso. La precisione raggiunta con questa tecnologia permette che sia utilizzata anche nella riparazione delle ampie lesioni dei nervi periferici, come le paralisi traumatiche del plesso brachiale o le lesioni del nervo sciatico.
La robotica anche per la riabilitazione
Oltre che nella chirurgia, la tecnologia robotica è promettente anche nel campo della riabilitazione e si conferma un ambito in continua evoluzione. Da poco è in uso un innovativo esoscheletro robotizzato, che interpreta gli impulsi nervosi che giungono ai muscoli e aiuta i pazienti che hanno problemi di movimenti per traumi midollari o ictus. L’innovativo esoscheletro, chiamato HAL (acronimo di Hybrid Assistive Limb) come il supercomputer di “2001 Odissea nello Spazio“, è il più evoluto sistema di riabilitazione robotica. Si tratta infatti di un’interfaccia neuro-funzionale in grado di leggere e interpretare i segnali muscolari e nervosi del paziente, consentendo il recupero delle capacità motorie.
Ecco come funziona: quando una persona cerca di muovere il proprio corpo, il cervello trasmette i segnali attraverso i nervi, affinché giungano ai muscoli e ne provochino la contrazione e, quindi, il movimento. In persone con patologie come Parkinson, sclerosi multipla, lesioni midollari ed esiti di ictus, questo impulso non è prodotto in maniera corretta oppure è debole.
L’interfaccia neuro-funzionale di HAL, attraverso sensori cutanei, intercetta e interpreta i segnali muscolari e nervosi che arrivano agli arti superiori e inferiori, li combina con altre informazione e invia al cervello la conferma che il movimento è stato eseguito correttamente. Anche con questo esoscheletro, come gli altri prototipi robotici, è la conferma di come la tecnologia oggi contribuisce a migliorare la vita delle persone.
di Roberta Raviolo

