“L’amore è una cosa semplice”: il primo libro di Patrizia Giungato, tra consapevolezza e rinascita

abbraccio di una donna

Abbiamo avuto il piacere di intervistare la Dott.ssa Patrizia Giungato, psicoterapeuta, docente formatore e coach oncologica, che sarà presente alle giornate di Sanidays per presentare il suo libro L’amore è una cosa semplice” l’11 maggio presso l’Enoteca Letteraria a San Giovanni.

Il suo percorso professionale e personale si intrecciano in un racconto che parte dalla riflessione sulla sua carriera e arriva a offrire un aiuto concreto a chi si ritrova senza voce. 

Cosa lʼha spinta a intraprendere il percorso per diventare psicoterapeuta? Cʼè stato un momento o unʼesperienza determinante che lʼha portata a questa carriera?

Patrizia Giungato – Psicologa, psicoterapeuta e docente formatore

Sin da bambina ho sentito una naturale inclinazione ad aiutare gli altri, che nel tempo è diventata una voglia concreta di acquisire strumenti per farlo. Ho iniziato con un percorso olistico, poi una laurea in pedagogia, lavorando nella consulenza e nell’insegnamento. Nel 1999, durante una crisi personale, la psicoterapia è stata la svolta: mi ha aiutata a vedere la mia sensibilità come una risorsa professionale. Nonostante le difficoltà, è stato l’inizio di un percorso importante.

La malattia oncologica ha accelerato ulteriormente il mio cammino: durante la chemioterapia ho conseguito un master in coaching oncologico, che mi ha portata a realizzare progetti come la pubblicazione del mio primo libro. La mia storia è fatta di sfide che mi hanno insegnato a sviluppare una grande sensibilità verso gli altri.

Come riesce a integrare il percorso di coach oncologica con la psicoterapia?

Il mio approccio è integrato: considero corpo, mente e spirito come elementi inscindibili. Non si può curare la mente senza occuparsi anche del corpo e della dimensione spirituale. Dopo aver vissuto in prima persona la malattia oncologica, ho lavorato profondamente su me stessa per comprenderne il senso. Questo percorso mi ha portata a una maggiore consapevolezza, che oggi cerco di trasmettere agli altri. Nell’ambito oncologico è fondamentale lavorare sia sul “prima” che sul “dopo” la malattia, aiutando la persona a ritrovare un nuovo orientamento e accorciando la distanza tra medico e paziente, in un vero cammino di guarigione personale.

Come gestisce l’empatia con i pazienti mantenendo il giusto distacco professionale?

L’empatia mi ha sempre contraddistinta, ma in passato la subivo un po’. Lʼho imparata a gestire: lʼempatia serve a creare un ponte con lʼaltro, ma non significa sostituirsi a lui. Io offro la mia mano, ma non prendo il suo posto, perché solo così posso essere davvero dʼaiuto. Quando l’empatia diventa un collegamento, la relazione terapeutica funziona.

Come si supera lo scetticismo iniziale di chi si avvicina alla psicoterapia?

Mi capita di incontrare persone scettiche, ma spesso questo atteggiamento si supera grazie allʼascolto e allʼassenza di giudizio. Costruisco insieme alla persona un percorso condiviso, senza imporre nulla. Se il paziente si sente accolto e non giudicato, si apre più facilmente. Ognuno di noi porta se stesso nel lavoro che fa, quindi lo scetticismo iniziale si dissolve grazie al confronto e alla progettazione condivisa.

Perché ha scelto di integrare la psicoterapia tradizionale con discipline olistiche e tecniche psico-corporee?

Credo nell’integrazione di corpo e spirito: siamo emozioni ed energia, quindi prendersi cura della persona significa occuparsi di tutti questi aspetti. Utilizzo visualizzazioni, esercizi di consapevolezza e strategie di autocura per offrire un percorso completo. Il mio lavoro prevede sia informazione che formazione, perché dobbiamo abbracciare tutte le nostre dimensioni per vivere al meglio.

Quanto conta la formazione continua nel suo lavoro?

Per me la formazione continua è fondamentale. Ho tre lauree, due specializzazioni, numerosi corsi e master, ma soprattutto sono una persona curiosa che ama conoscere. La conoscenza permette di migliorare se stessi e lʼaiuto che si offre agli altri. Il mio approccio integrato nasce proprio dal desiderio di avere più strumenti a disposizione, anche per rispondere a esigenze che spaziano dallʼalimentazione alle emozioni. Studiare e aggiornarsi è essenziale, perché il sapere evolve continuamente.

Può raccontarci dei corsi che offre e cosa lʼha ispirata a crearli? 

Negli ultimi cinque anni, anche grazie al Covid, ho trasferito parte del mio lavoro online, creando webinar e programmi di formazione. Le mie specialità riguardano in particolare la dipendenza affettiva, un tema che coinvolge soprattutto le donne, ma anche gli uomini. Lavoro per aiutare le persone a passare dalla dipendenza allʼautonomia, attraverso percorsi individuali e di gruppo. Ho sviluppato un protocollo che lavora su pensiero, emozioni e comportamento, portando risultati concreti già dopo poche sedute. I corsi mi permettono di raggiungere più persone e di valorizzare il potenziale del gruppo.

Il suo primo libro si intitola “Lʼamore è una cosa semplice”. Come nasce questo progetto e che ruolo ha la sua storia personale nella scrittura?

Ogni scelta nasce da una storia personale. Scrivere il libro non è stato un modo per mettermi al centro, ma un simbolo di rinascita e autonomia. Anch’io sono stata vittima di relazioni disfunzionali, sia sentimentali che familiari e lavorative. La malattia oncologica ha accelerato la realizzazione del libro, che vuole essere un manuale con storie vere di pazienti, per offrire strumenti a chi non può fare un percorso terapeutico. È anche una testimonianza, perché se non trasmetto ciò che ho imparato, che senso ha?

L’obiettivo del libro è chiarire cosa sia l’amore sano, che parte dall’amore per sé, e non quello tormentato che spesso inseguiamo. Voglio aiutare gli altri a scegliere ciò che fa bene e lasciare andare ciò che fa male.

Spesso le persone non si accorgono di vivere una relazione tossica. Quali sono i segnali più sottili, più insidiosi, legati alla dipendenza affettiva?

L’ansia, la paura di perdere qualcuno e la difficoltà a restare soli sono segnali di dipendenza affettiva. Quando sentiamo di aver bisogno di una persona, non è amore, ma dipendenza. Anche i pensieri negativi su di noi influenzano le nostre scelte. A volte non ci accorgiamo di essere in una trappola, ma segnali come l’ansia sono indicatori precoci. Conoscere il proprio stile di attaccamento ci aiuta a capire chi attraiamo e come ci comportiamo nelle relazioni. L’amore per sé stessi inizia dalla consapevolezza: se cerchiamo di soddisfare solo i bisogni dell’altro, ci stiamo allontanando da noi stessi. Non si parla solo di narcisismo: esistono molte personalità con difficoltà relazionali.

Se potesse lasciare ai lettori un solo messaggio da portare via dal suo libro L’amore è una cosa semplice, quale sarebbe?

Mettiti al centro della tua vita. È ciò che ripeto spesso alle mie pazienti: siamo abituati a parlare sempre dell’altro, a mettere l’altro al centro. Ma se non siamo noi al centro della nostra vita, siamo fuori posto, siamo “deposizionati”. 

Prima ci siamo noi, poi tutto il resto. Solo così possiamo avere radici e costruire qualcosa di sano. È una riflessione fondamentale: noi esistiamo.

Un messaggio chiaro ed importante, che ci ricorda il senso profondo della nostra vita: ritrovarci.

Condivisu su