Alzheimer e diagnosi precoce, dai primi segnali alla presa in carico

Durante SaniDays 2026 abbiamo affrontato il tema dell’Alzheimer e del valore della diagnosi precoce insieme al Prof. Alessandro Martorana, Neurologo e Responsabile del Centro Demenze del Policlinico Tor Vergata di Roma.

L’incontro, con la sponsorizzazione non condizionante di Eli Lilly, ha aiutato a guardare la malattia oltre l’immagine più comune, spesso associata solo alla perdita di memoria. Il confronto è partito dalla vita quotidiana della persona: piccoli cambiamenti nelle abitudini, segnali che possono passare inosservati, difficoltà che emergono poco alla volta e che diventano più riconoscibili con il tempo.

Questa pagina raccoglie i principali spunti emersi dal talk, con l’intento di continuare a parlare di diagnosi precoce, consapevolezza e presa in carico anche dopo l’evento.

I primi segnali da osservare

Quando un cambiamento fa parte del normale percorso di invecchiamento e quando, invece, merita attenzione?

È una delle domande più frequenti quando si parla di Alzheimer. Durante il talk, il Prof. Martorana ha spiegato che per orientarsi serve osservare la persona nel tempo, partendo dalla sua storia e dal suo modo abituale di vivere.

Ogni percorso di invecchiamento è diverso. Per questo è importante capire che cosa cambia rispetto a prima: come la persona gestisce le proprie giornate, prende decisioni, mantiene le relazioni, conserva le proprie abitudini e svolge attività che facevano parte della sua routine. La memoria è un aspetto importante, ma da sola non basta a raccontare tutta la malattia. L’Alzheimer può manifestarsi anche attraverso cambiamenti più sottili, legati al comportamento, all’autonomia, all’iniziativa e al rapporto con la vita quotidiana.

I cambiamenti della vita quotidiana

Nelle fasi iniziali, l’Alzheimer può manifestarsi attraverso cambiamenti lievi, spesso difficili da riconoscere subito. Una persona può dormire peggio, perdere iniziativa, mangiare meno, dimagrire, apparire più spenta o meno interessata a ciò che la circonda.

Possono comparire anche difficoltà nella gestione della giornata, come mantenere la solita routine, organizzare le proprie attività, prendere decisioni semplici o svolgere azioni che prima facevano parte della normalità.

Questi segnali meritano attenzione quando si ripetono, si sommano e modificano il rapporto della persona con la propria vita quotidiana. Per questo la famiglia e le persone vicine hanno un ruolo importante. Spesso sono loro le prime ad accorgersi che qualcosa sta cambiando, anche prima che la persona riesca a riconoscerlo.

Il valore della diagnosi tempestiva

Una diagnosi precoce e accurata può aiutare a fare chiarezza. Permette di capire se i disturbi osservati siano collegati alla malattia di Alzheimer oppure ad altre condizioni, evitando ritardi, interpretazioni approssimative o percorsi poco adatti.

La malattia di Alzheimer può progredire lentamente e riconoscerla nelle fasi iniziali significa avere più tempo per orientarsi, confrontarsi con gli specialisti e valutare il percorso di presa in carico più appropriato.

Durante il talk, il Prof. Martorana ha richiamato anche l’evoluzione della diagnosi, oggi sempre più orientata a integrare la valutazione clinica con una diagnosi biologica e con biomarcatori specifici. Questo può aiutare a confermare o a escludere il sospetto di Alzheimer e a costruire percorsi più adeguati alla situazione della persona in modo più tempestivo.

La diagnosi come inizio di un percorso condiviso

Tra i temi emersi durante l’incontro, un ruolo centrale riguarda la comunicazione tra medico, paziente e famiglia.
Ricevere una diagnosi di Alzheimer può generare paura, disorientamento e, in alcuni casi, vergogna. Questo accade anche perché la malattia viene spesso associata alle sue fasi più avanzate, quando l’autonomia e l’identità della persona appaiono più compromesse.

Per il Prof. Martorana, la competenza clinica deve accompagnarsi alla capacità di costruire fiducia. La persona e la famiglia hanno bisogno di capire che cosa sta accadendo, quali passaggi affrontare e quali scelte possono aiutare a preservare il più possibile la qualità della vita.La diagnosi diventa così l’inizio di un percorso condiviso, in cui il medico aiuta il paziente e la sua famiglia a orientarsi e a sentirsi meno soli durante la malattia.

Proteggere senza limitare
la vita

Dopo una diagnosi o anche solo davanti a un sospetto di Alzheimer, la famiglia può sentire il bisogno di proteggere la persona riducendo progressivamente le sue attività: meno uscite, meno autonomia, più controllo, meno occasioni di socialità.

Durante il talk, il Prof. Martorana ha invitato a guardare con attenzione a questo meccanismo. Proteggere è importante, ma una quotidianità troppo limitata può togliere stimoli importanti e pregiudicare le relazioni sociali del paziente.

Continuare a partecipare alla vita familiare e sociale, invece, aiuta la persona a restare dentro il proprio mondo il più a lungo possibile.

Capacità cognitive e funzionali

La malattia di Alzheimer può incidere sulle capacità cognitive, come memoria, linguaggio, orientamento e ragionamento. Può incidere anche sulle capacità funzionali, cioè sulle attività che permettono di vivere in autonomia: gestire il denaro, preparare un pasto, usare i mezzi di trasporto, prendersi cura di sé.

Queste dimensioni sono strettamente legate. Una difficoltà cognitiva può rendere più complessa un’azione pratica; una perdita di autonomia può aumentare isolamento, fragilità e dipendenza.

Per questo preservare tempo di qualità significa proteggere, per quanto possibile, identità, relazioni e indipendenza.

Il ruolo dei centri diurni

Durante il confronto, il Prof. Martorana ha richiamato il valore dei centri diurni come spazi capaci di sostenere la persona e la famiglia.

I centri diurni possono favorire la socialità e creare un ambiente in cui persone con bisogni simili condividono attività, relazioni e momenti di riconoscimento reciproco. Il loro valore sta proprio nel contrastare l’isolamento e nel mantenere la persona inserita in un contesto vivo.

Non sono semplici luoghi di assistenza e possono diventare parte del percorso di cura, insieme al lavoro dello specialista, della famiglia e della rete dei servizi.

Oltre la dimensione clinica

Il talk si è chiuso allargando lo sguardo: parlare di Alzheimer significa parlare anche dei luoghi in cui invecchiamo.

Le case, le strade, i trasporti, i quartieri e i servizi possono facilitare o rendere più difficile la vita di una persona fragile. In una società che vive più a lungo, la qualità dell’invecchiamento dipende anche da quanto gli ambienti siano accessibili, sicuri, leggibili e capaci di sostenere autonomia e partecipazione.

La diagnosi precoce è un passaggio fondamentale, ma da sola non basta. Serve una rete intorno alla persona. Una rete fatta di medici, familiari, caregiver, servizi, spazi di prossimità e comunità più preparate ad accompagnare la fragilità.

I messaggi da portare con sé

  • L’Alzheimer può manifestarsi anche attraverso cambiamenti sottili nella vita quotidiana
  • La memoria è importante, ma non esaurisce il quadro della malattia
  • Osservare l’evoluzione dei comportamenti aiuta a distinguere ciò che merita attenzione
  • La famiglia può avere un ruolo decisivo nel riconoscere i primi cambiamenti
  • Una diagnosi tempestiva e accurata può offrire chiarezza e orientare la presa in carico
  • La comunicazione medico-paziente è parte del percorso di cura
  • dopo la diagnosi, mantenere attività e relazioni aiuta a preservare qualità della vita
  • I centri diurni e i servizi di prossimità possono sostenere pazienti e famiglie
  • Le città e gli spazi di vita devono essere pensati anche per accompagnare l’invecchiamento

Parlare di Alzheimer a SaniDays ha significato parlare di diagnosi, ma anche di ascolto, fiducia, quotidianità e comunità. Riconoscere prima i segnali della malattia può aiutare ad accompagnare meglio la persona e la famiglia, senza ridurre il paziente alla diagnosi e senza lasciare soli i caregiver.